La teoria estetica della studente fuorisede.

Nuovi top, valigie leggere e quel modo nostalgico di vestirsi.

La teoria estetica della studente fuorisede.

Non so se capita anche a voi, ma per me l’estate è sempre attraversata da una sensazione latente di nostalgia. È come se, appena inizia, sentissi già che potrebbe finire troppo in fretta. Come se bastasse girarsi un attimo, e fosse già settembre. E siccome la aspetto con così tanta trepidazione, come un tempo speciale, libero in ogni senso, sospeso, ho il timore di consumarla senza gustarmela veramente.

Forse questa nostalgia intrinseca all'estate dipende dal fatto che tanti dei ricordi più belli che abbiamo sono legati all’estate, è come se la materia di cui è fatta l’estate fosse il ricordo e produrre ricordi fosse un compito dell'estate, per poi assaporarli e vagheggiarli quando torna il freddo. 



Durante la vacanza a Palermo, che in realtà vacanza non era perché siamo andate per un evento di DoDo e poi abbiamo deciso di fermarci fino a domenica per stare in spiaggia fino all’ultimo minuto utile, ho letto La Vacanza di Dacia Maraini, romanzo d’esordio che scrisse quando aveva 23 anni. Nell’introduzione alla nuova edizione per Einaudi del 1998, Maraini scrive:

«C’era molto di Palermo, anzi di Mondello, in quelle ore pomeridiane odorose di alghe e di gelsomini, ma ho trasferito tutto sulla costa del Lazio, perché ormai vivevo a Roma e volevo che il mio sguardo non si perdesse in lontananze irriconoscibili».

Leggerlo proprio a Mondello, sulla spiaggia di Mondello, dove di fatto è ambientato, anche se i luoghi nel libro sono altri, ha reso tutto più speciale, più poetico. E ha aggiunto sapore al sapore della nostalgia.

In quei giorni abbiamo provato a raccontarvi anche i nostri look: le nostre valigie erano full MELIDÉ, e sappiamo che anche le vostre, spesso, lo sono.

Questo discorso legato all’estate, alla vacanza, alla nostalgia, ha molto a che fare con i capi che stanno per uscire.

È una piccola collezione estiva che abbiamo realizzato aspettando davvero l’arrivo dell’estate, non quello sul calendario, ma quello stabilito da noi: dai primi bagni al mare, le colazioni sul terrazzo, le serate lunghe a chiacchierare all’aperto. Aspettavamo che finisse questa ondata di piogge e che il sole si fermasse, letteralmente, per darci la possibilità di uscire meno vestite.

Fotomontaggio dei nostri look per esplorare Palermo: vestito camicia bianco con calze Mini Rodini e Adidas Tokio per me, gonna con spaccoTop Millenial con Gazelle e calze nere per Viola. Tote bag melidé.

A proposito di “meno vestite”: i capi che usciranno, e che avete visto in anteprima nella nostra breve vacanza palermitana, sono vestiti che vestono senza sforzo, facili, facilissimi, piccoli, leggeri, freschi, felici. È difficile da spiegare, ma ci provo. 

Partiamo dal principio, da quel senso di nostalgia.

Io, come tante di voi (lo so perché ne abbiamo parlato anche nel broadcast) sono stata una studente fuorisede. Mi sono trasferita da Brescia a Roma nel 2003. Prima studiavo a Verona, ed ero già un po’ fuorisede, nel senso che non studiavo nella mia città, ma tornavo comunque a dormire a casa. Roma è stata un’altra cosa. È stato il vero distacco, ho sperimentato totalmente il concetto di fuorisede, una parola che può essere spiegata solo raccontando esperienze.

Tra l’altro, ho fatto un po’ un percorso al contrario rispetto a tante persone che ho conosciuto a Roma: la maggior parte veniva dal sud, dalla Sicilia, dalla Basilicata, dalla Puglia, dalla Calabria, dall'Abruzzo, e io ero una delle poche ragazze che arrivava dal nord. 
Di recente ho conosciuto Arianna Cavallo, una delle giornaliste del Post. È di Udine, anche lei si è trasferita a Roma e ha studiato Lettere alla Sapienza più o meno negli stessi anni miei. È stato bello parlare con lei delle nostre esperienze romane, abbiamo scoperto una serie di affinità nel modo che abbiamo di vedere le cose, che secondo me spiegano bene anche alcune scelte estetiche che condividiamo e che, palesemente, risentono dell’influenza di questa esperienza da studente del nord, fuorisede a Roma.

Una delle prime persone a cui ho fatto vedere il nuovo top e il prendisole che gli assomiglia è stata proprio Arianna. Le ho mandato un video brutto fatto allo specchio. Penso che questo gusto da fuorisede ce lo siamo proprio portate dentro, non l’abbiamo più lasciato andare, e ogni tanto, come si dice a Roma, “riciccia”.

Un frame del video brutto

Ora: non esiste la categoria estetica fuorisede, o almeno non ancora.

Esiste il minimal, il boho, il gipsy, il fricchettone, il normcore, la clean girl, il punk, il grunge, il mio adorato Y2K e tanti altri (Tik Tok ne sgancia una a settimana),  ma la categoria estetica fuorisede credo non esista. Potrei averla coniata io adesso, e ve la consegno come tante altre espressioni che ormai sono diventate mie e vostre, anzi di melidé, anche se non lo avevate chiesto.

La categoria estetica fuorisede esprime un gusto pratico, accessibile, minimale, ma non per scelta estetica: per necessità. La studente fuorisede di solito non ha molti soldi. È la ragazza che fruga nei mercatini, non perché fa tendenza (oggi non sei indie girl se non armeggi a Porta Portese), ma perché era l’unico modo per vestirsi con pochi soldi, senza comprare stracci low cost uguali a quelli che indossava chiunque. All’epoca non c’era Vinted, non c’era Depop, non c’era Vestiaire. C’erano le bancarelle.

Le mie preferite erano (e sono tutt’ora) quelle che vendevano biancheria anni ’30, ’40, ’50. Camicie da notte, canottiere, pantaloncini, lenzuola e tovaglie ricamate a mano. Tutta roba da casa, che una volta non si usava certo per uscire, e che io ho iniziato a reinterpretare.

Le foto sono di Claudia Miccio, le abbiamo scattate in uno studio a Roma, sulla Tiburtina, qualche mese fa. La modella è Anna Moroni: non è una modella ma una nostra amica che ha un gusto pazzesco e per questo ci piace farle interpretare in nostri capi.

L’ante litteram dell’economia circolare.

Ho visto che anche nella collezione di questa stagione di Prada ci sono suggestioni simili: vestiti lingerie in cotone con fantasie delicate, quasi da corredo. I vestiti che trovavo venivano proprio da lì, dai corredi del primo Novecento finiti nei mercati dell’usato: camicie da notte riadattate, cucite con punti perfetti a mano da giovani donne come me, ragazze vissute decenni fa, quando non esistevano i negozi come quelli di oggi ma i vestiti si confezionavano in casa, spesso con tessuti rimediati: l’ante litteram dell’economia circolare.

La mia estetica fuorisede prevedeva cose semplici, senza menate, cose che si potevano cucire a mano. Spesso erano capi aggiustati più e più volte, allargati o ristretti, nella maggior parte dei casi in cotone tinta unita con inserti ricamati. Facili da lavare, da asciugare e da indossare a ripetizione.

Viola con il Nora Top, Levi's 501, la nuova borsa che arriverà prestissimo e le mule in juta davanti al Teatro Politeama.

Viola con il Nora Top, Levi's 501, la nuova borsa a quadretti e le mule in juta davanti al Teatro Politeama. 

Sarò sempre studente fuorisede, d’estate.

Questi nuovi top, che abbiamo chiamato Nora, un nome scelto tra quelli più diffusi in Italia e in Europa negli anni 20 del Novecento, per me sono un omaggio a tutto questo: all’estate come tempo prezioso in cui raccogliere ricordi, della nostalgia, al presente che diventa subito passato, ai vestiti che bastano, al gusto semplice ma pensato, ai miei viaggi in tenda in Calabria e in Sicilia, ai fichi d’india, le granite al limone, gli arancini, alla memoria cucita dentro un top.

Sarò sempre una studente fuorisede, d’estate, anche quando sarò anziana e avrò una casa al mare in comune con tutti i miei amici e amiche, figli, nipoti e animali domestici e faremo le friselle per cena, con i pomodorini, la menta e il basilico.

E poi, a volte, mi sembra che l’estate vera inizi solo quando trovo il vestito giusto da mettermi, uno di quelli che raccontano tutto senza dire niente.

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