Pioniera della fotografia contemporanea, antesignana della Street Photography, voce controcorrente unica nel suo genere.

    Quello di Vivian Maier è uno tra gli sguardi più acuti della sua generazione artistica. E la sua storia non è da meno.

    Conosciuta semplicemente come “The Nanny” dalle famiglie in cui ha prestato servizio per oltre cinquant’anni, Vivian ha vissuto un’esistenza estremamente solitaria e riservata, e ha avuto un solo grande amore: quello per la fotografia.
    Come spesso accade con i veri grandi amori, che non avvertono il bisogno dell’approvazione altrui per sentirsi davvero grandi, Vivian ha scelto di tenere questa passione segreta, non facendo mai parola con nessuno del proprio lavoro artistico.

    Ogni giorno usciva di casa con la macchina fotografica appesa al collo, e scattava.
    Immortalava scene di vita quotidiana, a volte apparentemente banali, altre con una sagacia, un senso dell’ironia e un’introspezione rari.

    Iniziò negli anni Cinquanta, utilizzando il bianco e nero, come chiunque fotografasse in quei giorni.
    Ma la sua curiosità verso nuove tecniche e il suo desiderio di sperimentazione la portarono presto a provare con il colore.

    Fu una delle prime: in un’epoca in cui il colore in fotografia veniva visto con diffidenza, utilizzarlo era coraggioso.

    Ma il coraggio, a Vivian, non è mai mancato. Sono le sue fotografie a raccontarcelo, i soggetti a cui si avvicinava senza pudore, rubando attimi destinati a dissolversi nel momento stesso in cui accadevano.

    C’è una donna con il cappotto rosso e lo sguardo risentito e indagatore; ci sono due anziani in costume da bagno che spiano i bagnanti di una piscina attraverso un foro nel muro; c’è il venditore di palloncini dagli occhi tristi, nonostante l’esplosione di colore che lo circonda. E, ancora, le tre persone che attraversano la strada vestendo, curiosamente, lo stesso tono di giallo.

    Sono fotografie in cui il colore è fondamentale, parla all’occhio al pari del soggetto, Vivian lo sapeva, sebbene poi questi rullini, per scelta o per dimenticanza, non siano mai stati sviluppati, arrivando a riempire decine e decine di scatoloni. Scatoloni che verranno prima abbandonati in un deposito, quando Vivian, ormai ottantenne, sarà troppo vecchia e stanca per trascinarseli da una casa all’altra, e in seguito battuti all’asta per poche centinaia di dollari.

    Delle oltre 150.000 fotografie che compongono il suo repertorio, molte sono state scattate con la fedelissima Rolleiflex biottica, mentre le 40.000 fotografie a colori provengono da una Ektachrome, e sono state impresse su un rullino da 35 millimetri.

    Fotografie che, oltre a raccontarci di una donna ferocemente empatica, cui non sfuggiva nessun moto dell’animo umano, ci mostrano la straordinaria modernità dell’opera di Vivian Maier, mentre il suo sguardo curioso e versatile ci accompagna nell’America del dopoguerra e del boom economico, svelandone l’anima profonda e le altrettanto profonde contraddizioni, senza nascondere ed edulcorare nulla. Un’eredità unica e preziosa.

    Credits
    Testi: Francesca Diotallevi
    Photo: melidé