Ci sono giorni in cui mi sembra tutto disabbinato. Scombinato. Non assemblabile.
Guardo l’armadio e colori, texture, tessuti e pesantezze (perché sì, nello styling la grammatura è dirimente) mi sembrano tutti su orbite diverse. Ogni capo un pianeta a sé, incompatibile con gli altri.
Tutto il contrario di quei giorni in cui mi sento carica e pronta ad affrontare il mondo con gli abbinamenti più assurdi, sfidando le leggi dello styling (che, spoiler, non esistono) e anche le policy non scritte dei contesti.
Tipo: andare al supermercato in tuta è ok, ma vestita da bomboniera no? E quindi se sto tornando da un evento non posso entrare al Carrefour a comprare le patatine?
Il nuovo Maxi T-Dress in versione estiva: morbido jersey di cotone ecosostenibile.
Cliché, o della rassicurazione
La verità non sta nel mezzo, sta solo qui: ognuno si veste come gli pare per andare dove gli pare.
Però, lo sappiamo, l’abito fa il monaco.
E se possiamo portarlo dalla nostra parte, lo facciamo. Ci affidiamo ai cliché dell’abbigliamento come si fa con i segnali stradali: per orientarci, ma anche per raccontare qualcosa. Il vestito giusto per un colloquio.
Il golfino di Loro Piana, se sei Gwyneth e devi andare in tribunale. La camicia bianca, se devi interrogare un ergastolano. La divisa se prevista dal tuo contratto di lavoro. Le scarpe da trekking, anche solo per scendere in città. Il blazer blu per risultare affidabile, il dolcevita nero per darsi un tono radical, la tote bag per evocare l’aura da studentessa parigina, le Gazelle per rivendicare un’appartenenza politica, la camicia a righe per flirtare con l’estetica minimal, le Birkenstock con la calza per sentirsi architetti berlinesi, la borsa vintage per suggerire coscienza ecologica, gli occhiali oversize per darsi quell’aria da lettrice instancabile, i cargo per comunicare disinvoltura, la sciarpa lunga per trasmettere un certo tipo di malinconia.
Non oggi, grazie
E poi ci sono i giorni come oggi, quelli in cui non mi va di pensare a cosa mettere, ma non voglio sentirmi fuori luogo. Non voglio strafare, ma nemmeno risultare sciatta, non voglio brillare, ma nemmeno sparire.
Questo vestito - versione light e super estiva del Maxi T-dress in spugna che già conoscete - è per quei giorni lì.
Quelli in cui voglio volare basso ma senza perdere quota, in cui mi serve qualcosa che funzioni da solo, che mi vesta tutto d’un colpo, che mi lasci respirare, muovermi, da infilare sopra un paio di pantaloni fluidi o anche dei jeans, se non fa troppo caldo.
Ha gli spacchi giusti per non sembrare un pastrano (una delle parole che uso di più quando parlo di vestiti, ahahah), ha una forma essenziale che fa quello che deve, o, come direbbe mio figlio (lo ha detto ma non riferendosi a un vestito): "è sempre a posto per essere lui".
Insomma: non è un’idea geniale, è una maxi maglietta. E proprio per questo funziona.
Nel lookbook lo trovi con un paio di Adidas Japan H W, altissime, sopra la caviglia, super fighe e inaspettatamente leggere.
Ma dà il meglio di sé anche con dei sandali (magari nude, artigianali, infradito, oppure con i cinturini regolabili, in velluto come quelli di Mialma o in cuoio fatti a mano in Grecia, se ci andate portatene un paio anche a me), delle ballerine (Porselli da sempre le mie preferite), delle sneakers leggere (adoro le Superga midi, o anche le classiche). Con degli stivali. Con le mule. Con i ragnetti, che sono una delle mie ossessioni, anche se non riesco mai a trovarne un paio che mi convinca davvero per forma e colore, oppure con le mule.
Io lo metterei anche con gli zoccoli, che amo profondamente: sia aperti sia chiusi, tipo quelli di Scholl Iconic, oppure con le Birkenstock Tokio, la mia fissa del momento (nel senso che sto evitando di acquistarle, ma non so quanto reggo).
Insomma, è un vestito che si presta a tutto.
Tutto tranne, per quanto mi riguarda, le scarpe chunky. Quelle troppo pesanti, cicciotte, canotto (il concetto di “scarpa canotto” forse dovrei spiegarlo meglio, fu coniato dalla mia coinquilina quando per la prima volta vide il mio attuale compagno, insomma è una definizione che dopo vent'anni è ancora validissima).
Ma potete smentirmi. Anzi: se trovate un modello che vi convince con questo vestito, mandate foto, così approfondiamo il tema in un prossimo episodio.
Per me le cose sono due
I vestiti e i libri.
Sono tornati alcuni titoli che vi consiglio di considerare per le vostre vacanze. Sono brevi, brevi, vi daranno la soddisfazione di finire la lettura in poco tempo ma vi lasceranno pensieri e riflessioni per molto, moltissimo tempo.
Ma se per voi la lettura estiva è leggera, senza pensieri, vi capisco. Per me è spesso così, anche se non riesco sempre a trattenermi dal leggere qualcosa che sia anche un po' menata. Masochismo intellettuale?
In ogni modo, ecco un elenco di libri che trovate nel bookshop e la mia valutazione personale sul fatto che siano un sì o un no d'estate. Prendetela con le pinze ma se mi conoscete, ormai, sapete che rimango libraia inside e che potrei azzeccarci.
Dove sei, mondo bello
Assolutamente un libro d’estate, senza se e senza ma.
Persone normali
Quel tipo di libro in cui ti dimentichi dei fatti tuoi e ti occupi dei fatti degli altri.
La ragazza sul divano
Breve, velocissimo, perfetto da leggere sul treno, anche d'estate.
Il complotto
Un libro che si fa leggere, quindi perfetto da leggere con pigrizia, sembra lungo ma non è.
Colazione da Tiffany
Leggero ma non semplice come sembra. Una scrittura così brillante che non si lascia ridurre.
Ti seguo
Classico libro perfetto da ombrellone a mio avviso.
Il Giunco Mormorante
Solo breve.
Il meglio della vita
Assolutamente libro d’estate.
Strega comanda colore
Ironico, riflessivo, con i vestiti dentro: estivo nostro malgrado.
Inganno
Breve, veloce, comodissimo da infilare in borsa, unseasonal secondo me.
L’estate che sciolse ogni cosa
Tutto tranne che un libro d’estate. Solo il titolo lo è. Se vuoi la sfida, è lui.
Che tu sia per me il coltello
Sì, secondo me è un libro d’estate. Ci sta.


